Istat, Italia resiliente: i dati su energia, lavoro, imprese, natalità

(Adnkronos) – È un'Italia nel complesso resiliente quella che emerge dal Rapporto annuale dell'Istat per il 2023, presentato oggi alla Camera. La fotografia dell'istituto nazionale di statistica ritrae un paese capace di resistere alla pandemia prima e allo choc energetico e al conseguente rialzo dei prezzi dopo, con una crescita del Pil nel 2022 (+3,7%) seconda solo alla Spagna tra le maggiori economie europee, e maggiore rispetto a Francia e Germania, trainata soprattutto da costruzioni e servizi. Una tendenza positiva che sembra continuare anche nel 2023 e nel 2024, seppur con percentuali più contenute. Diversi gli aspetti su cui però l'Italia deve compiere dei grossi passi in avanti anche alla luce delle direttrici indicate dal Pnrr e della sua progressiva attuazione, secondo quanto evidenziato dall'Istat. Nel mondo imprenditoriale, ancora caratterizzato dalla forte prevalenza di pmi (solo l'1% è costituto da grandi aziende), diventano di fondamentale importanza l'innovazione, ricerca e sviluppo: in base alle analisi dell'istituto di statistica, le imprese che innovano registrano una maggiore produttività del 37% e se si aggiunge la ricerca e sviluppo si arriva a un +44%.  L'altro nodo critico è l'inclusione dei giovani e delle donne nel mondo del lavoro. Su questo fronte si registrano ancora le percentuali più basse d'Europa. Un dato per tutti: la quota dei neet, i giovani che non studiano, non lavorano e non si formano, è al 20%, pari a 1,7 milioni di persone (dopo di noi solo la Romania).  L'Istat rileva peraltro come le donne che raggiungono i livelli più elevati di istruzione rimangano più a lungo al lavoro anche dopo aver avuto figli. La partecipazione al lavoro si lega direttamente, come dimostrato dai dati dell'Istituto, a quello della natalità (lo scorso anno si è registrato il record storico negativo inferiore a 400mila nascite) e dell'invecchiamento demografico, che modificano direttamente la struttura del mercato lavorativo. L'Istat propone un approccio qualitativo più che quantitativo al welfare, per consentire alle nuove generazioni di fare scelte genitoriali e progettare il futuro.  Grande attenzione viene data nel rapporto anche al tema dell'ambiente, con le criticità legate soprattutto alla gestione delle risorse idriche, e della transizione ecologica, che può diventare un'ottima opportunità di inclusione lavorativa anche per donne e giovani. Ma va guidata in maniera tale da essere socialmente sostenibile e da non acuire le disuguaglianze e la trappola della povertà. Ma su questo fronte l'Italia segna anche dei punti a suo favore, innanzitutto nel campo delle rinnovabili dove siamo stati tra i paesi più performanti, anche grazie al sistema di incentivazioni. Si è inoltre registrato un rallentamento delle emissioni di gas serra. Buoni risultati anche per quel che riguarda le aree verdi nelle città, le aree marine protette e il patrimonio boschivo, che hanno registrato una crescita consistente. L'Italia è stata uno dei paesi più colpiti dagli aumenti dei prezzi energetici, in particolare per quanto riguarda l'energia elettrica: il prezzo per uso domestico, che nel secondo semestre 2020 era più basso di quello di Germania e Spagna, ha subito nell'arco di due anni un incremento così ampio (+72,4%) da diventare il più alto tra le maggiori economie europee.  L'impatto della crescita dei prezzi dei beni energetici, sottolinea l'Istat, è stato relativamente più pesante per le famiglie con più bassi livelli di spesa: l'inflazione misurata dall'indice Ipca relativa ai beni energetici per le famiglie con i livelli di spesa più bassi è stata superiore di oltre 13 punti a quella registrata per le famiglie con i livelli di spesa più alti (rispettivamente, +60,6% e +47,5%). Nel medio periodo il processo di transizione ecologica è destinato a modificare radicalmente le fonti e i prezzi dell'energia e, anche in virtù della sperequazione nell'impatto della variazione dei prezzi energetici, sottolinea l'Istat, "non si può dare per scontato che i costi e i benefici di questo processo siano distribuiti in modo equo tra le diverse fasce di popolazione". La lotta alla povertà energetica è un aspetto chiave delle recenti strategie di policy della Commissione Europea per favorire una transizione ecologica equa. In Italia, nel 2022, il 17,6% delle famiglie a rischio di povertà dichiara di non essere in grado di riscaldare adeguatamente l'abitazione, mentre il 10,1% dichiara arretrati nel pagamento delle bollette. Tra le maggiori economie europee solo la Germania mostra un'incidenza più bassa per entrambi gli indicatori.  Le famiglie che hanno una spesa energetica troppo elevata unite a quelle il cui reddito scende sotto la soglia di povertà, una volta fatto fronte alle spese energetiche, sono l'8,9 per cento delle residenti in Italia e il 27,1 per cento di quelle che ricevono in bolletta i bonus sociali, pensati per mitigare l'impatto sulle famiglie della crescita dei prezzi dei beni energetici.  L'importo medio dei bonus sociali (elettricità e gas insieme) è stimato, nel 2022, a 992 euro per famiglia beneficiaria e oltre il 90 per cento del valore totale della spesa per i bonus erogati è destinata alle famiglie appartenenti ai primi due quinti di reddito, le più povere. Le famiglie ancora in povertà energetica dopo aver ricevuto il bonus sono il 25,1 per cento: l'effetto del bonus nella riduzione della povertà energetica si attesta, dunque, su 2 punti percentuali. Il titolo di studio offre migliori opportunità di occupazione e reddito da lavoro, in particolare nelle regioni del Mezzogiorno e per le donne. E' il Rapporto Istat 2023 a certificare così le maggiori chance tra i 25 ed i 65 anni per chi conclude un ciclo universitario."Rispetto agli individui con al più la licenza media nella classe di età tra i 25 e i 64 anni, il tasso di occupazione dei laureati è di 30 punti superiore. Questa differenza arriva a 35 punti nel Mezzogiorno, a 44 tra le donne e sfiora i 50 punti tra le donne del Mezzogiorno", si legge.  Gap notevole anche nei redditi conseguiti: "i laureati italiani percepiscono in media un reddito netto pari a circa 2,5 volte quello dei lavoratori con al più la licenza media. Una differenza che nell'Ue a 27 è di circa 2,8 volte. Non solo. All'aumentare del titolo di studio della donna, si legge ancora nel rapporto Istat, " cala significativamente la percentuale di coppie in cui l'uomo è l'unico percettore di reddito da lavoro: dal 47,4 per cento quando la donna ha al più una licenza media al 9,6 per cento se è laureata". E riguarda ancora le donne l'effetto discriminante del titolo di studio: "non ha mai lavorato il 7,5% delle 30-34enni laureate contro il 38,3 per cento delle coetanee con al più la licenza media mentre è molto ridotta la differenza tra gli uomini (6,2 per cento rispetto a 8,5 per cento).  Ma anche per i laureati non sono tutte rose e fiori. "In Italia, nel 2021, annota ancora l'Istat, il tasso di espatrio di 25-34 anni è pari al 9,5 per mille tra gli uomini e al 6,7 per mille tra le donne". Un fenomeno, questo, differenziato sul territorio nazionale, che si associa col permanere "di una forte migrazione di giovani qualificati dalle province del Mezzogiorno verso quelle economicamente più dinamiche del Centro e, soprattutto, del Nord, che nel complesso registrano quindi un bilancio positivo", si legge . La crescita delle retribuzioni lorde annue per dipendente è stata di circa il 12% nel 2022 rispetto al 2013, pari alla metà di quella osservata nella media dell’Ue27 (+23%). La Spagna mostra una dinamica simile a quella italiana (+11,8 per cento), mentre quella della Francia (+18,3 per cento) e soprattutto della Germania (+27,1 per cento) sono decisamente più positive. Il potere di acquisto delle retribuzioni nel 2022 è cresciuto nella media Ue 27 del +2,5% rispetto al 2013, mentre in Italia è diminuito del 2%. La Spagna mostra un andamento simile a quello dell’Italia (-2,8%), mentre per la Francia e la Germania il potere di acquisto è aumentato, rispettivamente del 3% e del 5,6%. In termini di Standard di potere di acquisto (Spa), tra i paesi della Ue27 la retribuzione media annua lorda per dipendente in Italia risultava nel 2021 pari a quasi 27.000 nel 2021, inferiore di circa 3.700 a quella dell’Ue27 (-12%) e di oltre 8.000 a quella della Germania (-23%). Nel 2022 quasi un quinto dei giovani tra i 15 e i 29 anni non studiano, non lavorano e non sono inseriti in nessun in percorsi di formazione. Una 'classifica' guidata soprattutto dalle ragazze, pari al 20,5% della platea e dagli stranieri che presentano un tasso (28,8 per cento) superiore a quello degli italiani di quasi 11 punti percentuali. La distanza italiani-stranieri raddoppia nel caso delle ragazze straniere per le quali il tasso sfiora il 38 per cento. Il rapporto Istat 2023 aggiorna i dati sull'universo Neet il cui tasso, si legge ancora, "è di oltre 7 punti percentuali superiore a quello medio europeo e, nell'Unione europea, secondo solo alla Romania". In generale tra il 2004 e il 2022 in Italia il tasso di occupazione tra i 15 e i 34 anni si è ridotto di 8,6 punti percentuali (al 43,7 per cento). Per i 50-64enni, invece, il tasso d'occupazione aumenta di 19,2 punti (al 61,5 per cento). Con riferimento agli occupati tra 15 e 64 anni, ad aprile del 2023 si è tornati ai livelli della primavera del 2008, precedente la grande recessione. Il tasso di occupazione invece è pari al 61 per cento, superiore di oltre due punti a quello raggiunto nel 2008. L'aumento del tasso a parità di occupati si deve alla riduzione della popolazione in età di lavoro di 1,3 milioni rispetto al 2007, frutto di una contrazione di quasi 4 milioni nella classe 15-49, e una crescita di 2,6 milioni nella classe 50-64 anni. L'occupazione qualificata – sintetizzata da coloro che svolgono una professione dei primi tre Grandi gruppi della classificazione Isco-08 – nel periodo 2011-2022 in Italia è cresciuta molto meno rispetto alle altre maggiori economie dell'Unione (meno di 1 punto percentuale contro 4,7 nell'Ue 27), e oggi rappresenta il 36 per cento del totale (come in Spagna, che partiva da posizioni più arretrate), rispetto a valori prossimi al 47 per cento in Germania e al 49 per cento in Francia.
 Il mondo delle imprese italiane nel 2022 ha mostrato una notevole capacità di resilienza agli shock originati dall’incremento dei prezzi dei beni importati, e in particolare dai prodotti energetici. E nei primi mesi del 2023, appena fuori dalla fase più acuta della crisi energetica, una quota rilevante di imprese italiane nella manifattura e nei servizi di mercato ha dichiarato di aver intrapreso o pianificato l’adozione di strategie di sviluppo sostenibile. Comportamenti virtuosi che si sono estesi anche al campo dell’innovazione eco-sostenibile. Tuttavia, sul sistema produttivo italiano pesano, oltre agli scenari economici globali incerti e instabili, la sua elevata frammentazione e la sua scarsa propensione a investire, soprattutto da parte delle imprese piccole e micro.  Nel corso del 2022, comunque, prosegue, "si è registrato un ampio recupero delle esportazioni, fortemente penalizzate durante la fase più acuta della pandemia. La partecipazione alle catene globali del valore si accompagna a una maggiore competitività sui mercati internazionali, ove quest’ultima è strettamente legata anche alla capacità di innovare e di investire in conoscenza. Le imprese innovative godono di significativi vantaggi nelle performance economiche e nella propensione all’export, anche a parità di dimensione media di impresa. Gli incentivi pubblici alla R&S, con il meccanismo del credito di imposta, sono uno stimolo efficace, ma selettivo, alla crescita della produttività totale dei fattori, in particolare per le imprese esportatrici manifatturiere e multinazionali"..  "Alcuni segnali di evoluzione digitale si rilevano per le istituzioni non profit, un settore che negli anni della crisi economica e dell’emergenza sanitaria ha avuto un ruolo centrale nel cogliere le esigenze dei territori e nel rispondere tempestivamente ai bisogni sociali, anche adottando modalità innovative", si legge. Le imprese a conduzione femminile attive nel 2020 sono un milione e 200mila pari al 27,6 per cento del totale mentre quelle paritarie rappresentano una componente residuale, appena il 2,4 per cento. E' l'Istat a fornire una fotografia dell'imprenditoria femminile nel suo rapporto 2023. "Le imprese a conduzione femminile si caratterizzano per una prevalenza di ditte individuali (64,1 per cento a fronte del 58,8 di quelle maschili), un minor numero medio di addetti (il 2,9 per cento ha 10 o più addetti, contro il 5,1 di quelle maschili) e per un'età di impresa più bassa", si legge ancora.  Le imprese a conduzione femminile inoltre, operano per lo più nel settore dei servizi (68,9 a fronte del 51,1% delle imprese maschili), caratterizzandosi per una più elevata incidenza nel settore sanità e assistenza sociale (12,4 e 5,5%), nelle attività professioni, scientifiche e tecniche (20,1 e 17,2%) e nei servizi di alloggio e ristorazione (9,2 e 6,4%). Nel primo quadrimestre 2023 le nascite in Italia, pari a 118mila unità, continuano a diminuire: -1,1 per cento sul 2022, -10,7 per cento sul 2019. Per quanto riguarda i decessi si assiste invece a una decisa inversione della tendenza negativa che aveva drammaticamente interessato il precedente triennio: sono 232mila nei primi quattro mesi del 2023, 21mila in meno sul 2022, 42mila in meno rispetto al 2020 e quasi 2mila unità in meno rispetto al 2019. Sono i dati forniti dall'Istat nel Rapporto 2023.  Il 2022 si contraddistingue per un nuovo record del minimo di nascite (393mila, per la prima volta dall'Unità d'Italia sotto le 400mila) e per l'elevato numero di decessi (713mila). Dal 2008, anno di picco relativo della natalità, le nascite si sono ridotte di un terzo. Il saldo naturale è diminuito in modo progressivo nel corso del tempo, toccando il minimo nel biennio 2020-2021, quando si è registrata una riduzione di oltre 300mila individui in media annua. A questo si aggiunge, nel 2022, un ulteriore decremento di 321mila unità, che porta quindi, in soli tre anni, alla perdita di quasi un milione di persone (957mila unità). Il calo delle nascite tra il 2019 e il 2022 (27mila unità in meno), rileva il rapporto Istat, dipende per l'80% dal cosiddetto "effetto struttura", ovvero dalla minore numerosità e dalla composizione per età delle donne. Il restante 20 per cento è dovuto, invece, alla minore fecondità: da 1,27 figli in media per donna del 2019 a 1,24 del 2022. L'evoluzione di periodo del numero medio di figli per donna in Italia continua a essere fortemente condizionato dalla posticipazione della genitorialità verso età più avanzate. L'età media al parto per le donne residenti in Italia, aumentata di un anno dal 2010 al 2020, è stabile negli ultimi due anni e pari a 32,4 anni. Al 31 dicembre 2022, la popolazione residente in Italia ammonta a 58.850.717 unità (-179.416 rispetto all'inizio dello stesso anno, -3,0 per mille). Un calo che presenta un'intensità minore sia rispetto a quello osservato nel 2021 (-3,5 per mille) sia a quello del 2020 (-6,8 per mille), tornando a livelli simili al periodo pre-pandemico (-2,9 per mille nell'anno 2019). Prosegue il processo di invecchiamento della popolazione: oltre il 24% della popolazione ha oltre 65 anni ed è record per gli ultracentenari, mentre si riduce il numero delle persone tra 15 e 64 anni e dei ragazzi. E' il quadro tracciato dall'Istat. Nel 2022 la stima della speranza di vita alla nascita è di 80,5 anni per gli uomini e 84,8 anni per le donne; solo per i primi si nota, rispetto al 2021, un recupero quantificabile in circa 2 mesi e mezzo di vita in più. I livelli di sopravvivenza del 2022 risultano ancora al di sotto di quelli del periodo pre-pandemico, registrando valori di oltre 7 mesi inferiori rispetto al 2019, sia tra gli uomini, sia tra le donne. Nonostante l'elevato numero di decessi di questi ultimi tre anni, oltre 2 milioni e 150mila, di cui l'89,7 per cento riguardante persone con più di 65 anni, il processo di invecchiamento della popolazione è proseguito, portando l'età media della popolazione da 45,7 anni a 46,4 anni tra l'inizio del 2020 e l'inizio del 2023.  La popolazione ultrasessantacinquenne ammonta a 14 milioni 177mila individui al 1° gennaio 2023, e costituisce il 24,1 per cento della popolazione totale. Tra le persone ultraottantenni, si rileva comunque un incremento, che li porta a 4 milioni 530mila e a rappresentare il 7,7 per cento della popolazione totale. Il numero stimato di ultracentenari raggiunge il suo più alto livello storico, sfiorando, al 1° gennaio 2023, la soglia delle 22mila unità, oltre 2 mila in più rispetto all'anno precedente. Gli ultracentenari sono in grande maggioranza donne, con percentuali superiori all'80 per cento dal 2000 a oggi. Risultano in diminuzione tanto gli individui in età attiva, quanto i più giovani: i 15-64enni scendono a 37 milioni 339mila (sono il 63,4 per cento della popolazione totale), mentre i ragazzi fino a 14 anni sono 7 milioni 334mila (12,5 per cento). Gli scenari demografici prevedono un consistente aumento dei cosiddetti "grandi anziani". Nel 2041 la popolazione ultraottantenne supererà i 6 milioni; quella degli ultranovantenni arriverà addirittura a 1,4 milioni. Quanto alla distribuzione nei Comuni, al 31 dicembre 2022, dei 7.904 comuni italiani, 4.070 fanno parte delle aree centrali (51,5 per cento) e 3.834 delle aree interne (48,5 per cento). Tra il 1° gennaio 2002 e il 1° gennaio 2023 la popolazione delle aree interne è diminuita, passando dal 23,9 per cento al 22,7 per cento della popolazione totale. Il declino demografico nelle aree interne si osserva già dal 2011, mentre nelle aree centrali dal 2015. Al 1° gennaio 2023 si registrano 117,9 anziani di 65 anni e più ogni 100 giovani di 15-34 anni (erano 70,5 al 1° gennaio 2002); nelle aree interne tale rapporto è pari a 122,1 (era 73,6 nel 2002), mentre nelle aree centrali è pari a 116,7 (era 69,5). Ad attenuare la perdita complessiva di popolazione dovuta alla dinamica naturale contribuisce la ripresa dei movimenti migratori internazionali, in parte dovuta agli effetti della crisi in Ucraina. Nel 2022, i flussi tornano ai livelli pre-pandemici. I trasferimenti, interni e per l’estero, sono in crescita sia rispetto al 2021 sia, soprattutto, al 2020, quando le restrizioni dovute alla diffusione del virus Covid-19 avevano portato a un crollo degli spostamenti. I movimenti tra comuni hanno coinvolto 1 milione e 484 mila persone, +4,3 per cento rispetto al 2021, ritornando ai livelli del 2019. Più consistente è la ripresa dei movimenti migratori internazionali, in parte dovuta alle ripercussioni della crisi umanitaria a seguito dello scoppio della guerra in Ucraina.  Nel 2022 le iscrizioni anagrafiche dall’estero ammontano a 361 mila, con un incremento del 13,3 per cento rispetto al 2021 che riporta le immigrazioni in linea con la tendenza all’aumento osservata nel periodo pre-Covid (+8,4 per cento sul 2019). Se negli anni 2012-2019 l’andamento delle cancellazioni anagrafiche per l’estero è stato tendenzialmente crescente, con un picco nel 2019 (180 mila), il rallentamento dei flussi in uscita, osservato a partire dall’anno della pandemia, prosegue nel 2022 pur in assenza di vincoli agli spostamenti. Le cancellazioni per l’estero scendono a 132 mila, -16,7 per cento rispetto all’anno precedente e -26,5 per cento sul 2019.  Il titolo di studio offre migliori opportunità di occupazione e reddito da lavoro, in particolare nelle regioni del Mezzogiorno e per le donne. Rispetto agli individui con al più la licenza media nella classe di età tra i 25 e i 64 anni, il tasso di occupazione dei laureati è di 30 punti superiore. Questa differenza arriva a 35 punti nel Mezzogiorno, a 44 tra le donne e sfiora i 50 punti tra le donne del Mezzogiorno.  Inoltre, i laureati percepiscono in media un reddito netto pari a circa 2,5 volte quello dei lavoratori con al più la licenza media (2,8 volte nell'Ue27). All'aumentare del titolo di studio della donna cala significativamente la percentuale di coppie in cui l'uomo è l'unico percettore di reddito da lavoro: dal 47,4 per cento quando la donna ha al più una licenza media al 9,6 per cento se è laureata. Nella classe di età 30-34, per la quale si possono considerare conclusi gli studi, il 12,1 per cento degli individui dichiara di non aver mai lavorato (7 per cento tra i laureati e 21,4% tra chi possiede al massimo la licenza media). L'effetto discriminante del titolo di studio riguarda soprattutto le donne: non ha mai lavorato il 7,5 per cento delle 30-34enni laureate contro il 38,3 per cento delle coetanee con al più la licenza media mentre è molto ridotta la differenza tra gli uomini (6,2 per cento rispetto a 8,5 per cento). In Italia, nel 2021 il tasso di espatrio per i laureati di 25-34 anni è pari al 9,5 per mille tra gli uomini e al 6,7 per mille tra le donne. Il fenomeno degli espatri, differenziato sul territorio nazionale, si associa col permanere di una forte migrazione di giovani qualificati dalle province del Mezzogiorno verso quelle economicamente più dinamiche del Centro e, soprattutto, del Nord, che nel complesso registrano quindi un bilancio positivo.  Nel 2020 il flusso di laureati in rapporto alla popolazione di età 20-29 anni è quasi in linea con la media europea: per le lauree di primo livello rappresenta il 31,3 per mille (34,3 per la Ue27), con una crescita di 7 punti rispetto al 2013; per le lauree magistrali rappresenta il 21,1 per mille in Italia e il 22,1 per mille nell'Ue27; infine, i laureati (di qualsiasi livello) in discipline Stem nel 2020 rappresentano il 16,5 per mille (1,9 punti sotto la media Ue27). Tra il 2012 e il 2022, la quota di giovani tra 25 e 34 anni che hanno conseguito almeno un titolo di studio secondario superiore è cresciuta di 6 punti percentuali, raggiungendo il 78 per cento. Questa rimane però ancora di 7,4 punti al di sotto della media europea (se si considera la classe 25-64 anni, il distacco arriva a 16,5 punti). Permane lo svantaggio del Mezzogiorno (per i giovani 25-34enni la differenza con la media nazionale è di 4,7 punti percentuali al Sud e 9,1 nelle Isole), e la situazione più favorevole per le ragazze, con una quota di oltre 5 punti superiore a quella dei coetanei maschi.  Tra i 18-24enni, nel 2022 l'11,5 per cento ha abbandonato precocemente gli studi, senza conseguire un diploma secondario superiore. In questo caso, il distacco con l'Ue27 in un decennio si è ridotto da 4,7 punti percentuali a soli 1,9. L'incidenza degli abbandoni è superiore di oltre 4 punti tra i maschi rispetto alle femmine e, sul territorio, sfiora il 18 per cento nelle Isole.  Nell'anno scolastico 2021/22, quasi un giovane su 10 che hanno conseguito il diploma secondario superiore ha competenze in italiano e matematica inferiori a quelle degli studenti del secondo anno dello stesso ciclo (c.d. dispersione implicita). Si confermano le differenze di apprendimento per genere (la dispersione implicita tra ragazze è inferiore di 4,6 punti rispetto ai ragazzi) e, soprattutto, territoriali: nel Mezzogiorno la quota di dispersione implicita sfiora il 20 per cento in Campania, mentre è inferiore al 2 per cento in Trentino-Alto Adige/Sudtirol. La spesa pubblica per istruzione in rapporto al Pil mostra un minore impegno del nostro Paese per questa funzione rispetto alle maggiori economie europee (4,1 per cento del Pil in Italia nel 2021 contro il 5,2 in Francia, il 4,6 in Spagna e il 4,5 in Germania) e in generale rispetto alla media dei paesi Ue27 (4,8 per cento).  Il rapporto prende in esame le strutture educative per la prima infanzia (0-2 anni), uno degli ambiti di intervento del Pnrr: rispetto ai bambini residenti è pari al 28 per cento, ancora inferiore al target europeo del 33 per cento da raggiungere entro il 2010 e molto lontana dal nuovo target del 50 per cento entro il 2030. A livello territoriale si confermano gli ampi divari nell’offerta educativa che le recenti politiche di ampliamento e di perequazione puntano a colmare nel prossimo futuro: al Centro-Italia e al Nord-est la copertura dei posti ha già superato da diversi anni il target del 33 per cento (36,7 per cento e 36,2 per cento rispettivamente), il Nord-ovest è prossimo all’obiettivo (31,5 per cento), mentre le Isole (16,6 per cento) e il Sud (16,0 per cento), pur registrando un lieve miglioramento, sono ancora lontani. Nel Mezzogiorno la carenza di nidi d’infanzia, oltre a rappresentare uno svantaggio per i bambini e per le famiglie, limita la possibilità di fruire del “bonus asilo nido”. Infatti in quest’area geografica il numero di beneficiari del contributo statale nel 2021 ha saturato i posti disponibili nelle strutture pubbliche e private sul territorio.  Al Centro-Nord, invece, i posti complessivi sono più numerosi rispetto ai bambini beneficiari della misura statale (soprattutto al Nord-est) e pertanto esiste un margine per ampliare l’utilizzo del bonus da parte delle famiglie. Così come la disponibilità di posti pubblici e privati sul territorio, anche la spesa dei comuni per l’offerta di nidi e degli altri servizi per la prima infanzia ai propri residenti varia notevolmente sul territorio. Del resto, solo il 59,6 per cento dei comuni Italiani garantiscono un’offerta sul territorio, sia sotto forma di strutture comunali e convenzionate, sia attraverso contributi. Questa quota raggiunge l’84,2 per cento al Nord-est e un valore minimo pari al 40 per cento nelle Isole. Allo storico divario tra le regioni del Centro-Nord e quelle del Mezzogiorno, si intrecciano i differenziali legati alla tipologia dei comuni e tra ripartizioni geografi che, per cui si delinea una graduatoria delle risorse di cui benefi ciano mediamente i bambini (e le loro famiglie) in base al luogo di residenza: da più di 2.600 euro l’anno dei comuni capoluogo del Centro-Nord, la spesa passa a circa 840 euro nei comuni non capoluogo (sempre del Centro- Nord), diminuisce ulteriormente nei capoluoghi del Mezzogiorno (737 euro annui), fi no ad arrivare a 255 euro nei comuni dell’hinterland del Mezzogiorno. Nel 2022 quasi un giovane su due (47,7 per cento dei 18-34 enni) mostra almeno un segnale di deprivazione in uno dei domini chiave del benessere (Istruzione e Lavoro, Coesione sociale, Salute, Benessere soggettivo, Territorio). E' quanto emerge dall'analisi condotta dall'Istat. Di questi giovani oltre 1,6 milioni (pari al 15,5 per cento dei 18-34enni), sono multi-deprivati ovvero mostrano segnali di deprivazione in almeno 2 domini. I livelli di deprivazione e multi-deprivazione sono sistematicamente più alti nella fascia di età 25-34 anni, che risulta la più vulnerabile. La crisi pandemica ha esercitato i suoi effetti negativi rispetto alla maggioranza dei domini, ma un impatto particolarmente intenso lo ha prodotto nel dominio Istruzione e lavoro; anche se nel complesso i livelli pre-Covid sono stati recuperati, la ripresa non riguarda il segmento dei più giovani (18-24), i quali, nonostante siano caratterizzati da livelli più bassi di deprivazione rispetto ai 25-34 anni (17,2 per cento contro il 22,3 per cento), hanno risentito degli effetti negativi in modo più intenso e duraturo. Per mettere le nuove generazioni in grado di affrontare positivamente i cambiamenti in atto, e per prevenire l’insorgere di situazioni di vulnerabilità, sottolinea l'Istat, è necessario garantire a tutti bambini fin dalla nascita livelli di benessere che consentano un adeguato livello di sviluppo fisico, cognitivo, emotivo e relazionale. Questo obiettivo va perseguito incidendo sui contesti di vita dei bambini e sulle opportunità educative, formative, culturali e di socializzazione a cui sono esposti.  Inoltre, è fondamentale che queste opportunità siano caratterizzate da equità di accesso, riducendo, per quanto possibile, l’influenza dei contesti, non solo familiari, di appartenenza. Quest’ultimo aspetto è determinante per poter sottrarre i minori dal circolo vizioso della povertà e alle sue conseguenze sui percorsi di vita individuali. In Italia la trasmissione intergenerazionale delle condizioni di vita sfavorevoli è particolarmente intensa. Gli ultimi dati disponibili per la comparazione a livello europeo si riferiscono al 2019 e ci dicono che nel nostro Paese quasi un terzo degli adulti (25-49 anni) a rischio di povertà proviene da famiglie che, quando erano ragazzi di 14 anni, versavano in una cattiva condizione finanziaria. I flussi migratori, dopo una fase di marcata prevalenza della componente maschile durata fino agli anni Novanta, negli ultimi venti anni hanno fatto registrare un sostanziale equilibrio di genere. Al 1° gennaio 2022, le donne rappresentano il 49,3 per cento del totale degli stranieri non comunitari di 18 anni e più con un regolare permesso di soggiorno. I minori stranieri presenti nelle strutture dedicate sono 4.706.  Differenze anche significative continuano tuttavia a essere rilevate per le singole nazionalità. Come è noto, infatti, per alcune collettività, prevalentemente di origine africana, continua a registrarsi una prevalenza maschile, mentre per altre, per esempio quelle provenienti dall’Europa Centro-orientale, uno sbilanciamento al femminile. La tendenza all’equilibrio di genere ha riguardato soprattutto le immigrazioni in cui gli “apripista” erano uomini; nel caso di quelle guidate da donne breadwinner, invece, il bilanciamento non si è verificato o è avvenuto solo in maniera parziale. Del resto i ricongiungimenti familiari, che negli ultimi anni hanno costituito il principale motivo di ingresso nel nostro Paese (50,9 per cento nel 2021), riguardano soprattutto le donne che rappresentano il 74,2 per cento dei cittadini non comunitari con più di 18 anni entrati in Italia per motivi di famiglia (al 1° gennaio 2022).  Se si guarda a due delle cittadinanze non comunitarie più rilevanti e radicate nel nostro Paese, quella marocchina e quella albanese, si può notare il progressivo bilanciamento di genere, pur partendo da una netta prevalenza maschile. Nel 1992 la quota di donne tra i marocchini con permesso di soggiorno era del 9,8 per cento e tra gli albanesi del 14,1 per cento. Nell’arco di trent’anni si è gradualmente arrivati, all’inizio del 2022, a un perfetto equilibrio di genere per l’Albania e a una leggera prevalenza maschile per il Marocco (le donne rappresentano rispettivamente il 49,8 e il 45,4 per cento della presenza regolare). Anche nel caso della collettività cinese – che partiva nel 1992 da una situazione meno squilibrata, ma comunque a favore degli uomini – si è arrivati nel tempo a un bilanciamento, con un leggero vantaggio femminile (51,0 per cento). Molto evidente la struttura per genere a forte connotazione femminile della collettività ucraina, la cui presenza è divenuta rilevante dopo i provvedimenti di regolarizzazione del 20021. Le donne, infatti, rappresentano più dell’80 per cento degli ingressi dall’Ucraina, senza variazioni negli ultimi quindici anni; per questa collettività la quota di minori è pari all’8,7 per cento nel 2022, ben al di sotto della media nazionale (20,9 per cento). La scarsa presenza di minori tra gli Ucraini è dovuta in parte alla struttura per età mediamente più avanzata delle migranti. Sebbene partecipino ai flussi migratori più recenti anche donne più giovani, l’età media della collettività sfiora i 50 anni, dunque ragionevolmente i figli spesso sono già adulti.  In un contesto di flussi migratori, eterogeneo ma ormai stabilizzato, lo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina ha rappresentato un vero e proprio shock, alterando il quadro complessivo di flussi di persone in cerca di protezione, generalmente sbilanciati al maschile. La guerra tra Russia e Ucraina ha infatti portato nel nostro Paese soprattutto donne e bambini: al 30 aprile 2023 in Italia si registra uno stock di 156 mila permessi di soggiorno validi per protezione temporanea concessi a cittadini ucraini. Le donne rappresentano il 71,1 per cento di questa presenza e i minori superano il 36,4 per cento. Questa struttura per genere ed età è l’effetto di flussi in ingresso arrivati prevalentemente prima di settembre del 2022. Gli ingressi hanno poi subito un notevole rallentamento e anche la quota di minori registrata si è ridotta.  Nonostante questa diminuzione, nell’ultimo report mensile su minori stranieri non accompagnati in Italia il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali segnala la presenza di 4.706 ragazzi stranieri nelle strutture dedicate. Da sottolineare che tra i minori non accompagnati, tra i quali si registra uno sbilanciamento al maschile (sono maschi nell’86,2 per cento dei casi), per la collettività ucraina si evidenzia invece un sostanziale equilibrio. La propensione all'innovazione cresce all'aumentare della dimensione aziendale: se nelle piccole imprese una su due è risultata attiva sul fronte dell'innovazione, in quelle di media dimensione il 65,7% ha svolto attività innovative e nelle grandi tre su quattro hanno innovato.  Il Rapporto evidenzia che le imprese innovatrici godono di un differenziale positivo di produttività del lavoro rispetto alle non innovatrici pari a +37%. Il differenziale aumenta per le imprese innovatrici attive nella R&S (+44,7%) ed è massimo nelle grandi imprese attive nella R&S (+46,7%). Tra le innovatrici, le imprese che investono in R&S beneficiano di un differenziale positivo di produttività rispetto a quelle che non svolgono attività di R&S (+5,6%). Il differenziale è massimo nel settore dei servizi (+8,2%), aggiunge l'Istat nel Rapporto 2023. Nel triennio 2018-2020, il 50,9 per cento delle imprese industriali e dei servizi con 10 o più addetti ha svolto attività innovative di prodotto e di processo. La quota è in calo di circa 5 punti percentuali rispetto al triennio precedente. Tra le cause della sospensione o riduzione dell'innovazione c'è stata l'emergenza sanitaria, indicata dal 64,8 per cento delle aziende con attività innovative, in particolare per le più piccole (il 66,7, contro il 50,2 per cento delle grandi).  Nel 2020 la caduta delle attività di innovazione, rileva l'Istat, si è accompagnata a un crollo della spesa per l'innovazione di oltre un quarto rispetto al 2018 (da 45,5 a 33,6 miliardi di euro). Le imprese hanno continuato a investire prioritariamente sulla R&S che nel 2020 si è confermata la voce principale degli investimenti per l'innovazione (50,6 per cento della spesa complessiva) e la cui quota percentuale aumenta di 13,7 punti rispetto al 2018, si legge ancora nel Rapporto. Le tematiche ambientali si collocano ai primi posti tra le principali preoccupazioni dei cittadini. Nel 2022 oltre il 70% dei residenti in Italia, dai 14 anni in su, considera il cambiamento climatico o l’aumento dell’effetto serra tra le preoccupazioni prioritarie, secondo quanto emerge dal rapporto annuale 2023 dell'Istat.  Le preoccupazioni ambientali si declinano differentemente per classe di età. I giovani fino a 34 anni sono più sensibili alla perdita della biodiversità (32,1% tra i 14 e i 34 anni contro 20,9% degli over 55), alla distruzione delle foreste (26,2% contro 20,1%) e l'esaurimento delle risorse naturali (24,7% contro 15,9%). Gli ultracinquantenni si dichiarano, invece, più preoccupati dei giovani per il dissesto idrogeologico (26,3% contro 17% degli under 35) e l'inquinamento del suolo (23,7% contro 20,8%). Le giovani donne sono più preoccupate per le principali problematiche ambientali rispetto ai coetanei (66,4% delle 14-24enni, contro il 57,9% dei coetanei). Tra i giovanissimi (14-19 anni), le ragazze sono più preoccupate dei loro coetanei per i cambiamenti climatici (+ 7,4 punti percentuali), la perdita di biodiversità (+6,7 punti), la produzione e smaltimento dei rifiuti (+4,3 punti) e la distruzione delle foreste (+3,7 punti). La riduzione delle precipitazioni, accompagnata dall'aumento delle temperature, ha portato ad una minore disponibilità media annua della risorsa idrica, che nel trentennio 1991-2020 si riduce del 20 per cento rispetto alla media del trentennio 1921-1950, raggiungendo nel 2022 il suo minimo storico, quasi il 50 per cento in meno rispetto all'ultimo trentennio 1991-2020. Nel rapporto annuale 2023 dell'Istat si sottolinea che a tale problema si associa una condizione di persistente criticità nell'infrastruttura idrica, infatti, nel 2020, il 42,2% dell'acqua immessa nelle reti di distribuzione dell'acqua potabile non arriva agli utenti finali. La siccità e i problemi di approvvigionamento di acqua, rileva l'Istat, hanno influito pesantemente sull'annata agricola appena trascorsa, facendo registrare, nei conti economici nazionali, una riduzione della produzione, del valore aggiunto e dell'occupazione del settore agricolo. Il calo dei volumi di produzione nel 2022 ha caratterizzato tutti i comparti produttivi tranne quelli frutticolo, florovivaistico e le attività secondarie; in flessione coltivazioni (-2,5% in volume), legumi (-17,5%), olio d'oliva (-14,6%), cereali (-13,2%), piante foraggere (-9,9%), ortaggi (-3,2%), piante industriali (-1,4%) e vino (-0,8). In Europa continuano a diminuire le emissioni di gas serra: nel 2019, prima della battuta d'arresto dovuta alle limitazioni alla mobilità e alla contrazione delle attività produttive indotte dalla pandemia, erano il 24 per cento in meno rispetto al 1990. L'Italia è tra i cinque paesi Ue27 che forniscono il contributo maggiore a tale riduzione.  Con riferimento alla qualità dell'aria nell'Ue27, l'esposizione a lungo termine ponderata con la popolazione al particolato PM2,5, ha registrato una diminuzione graduale, ma rilevante, tra il 2006 e il 2020 (-39,5%), raggiungendo 11,2 μg/m3 nel 2020. In Italia, invece, il miglioramento è stato più lento e nel 2020 si è arrivati a 15 μg/m3. L'andamento dell'esposizione a lungo termine al PM2,5, sottolinea l'Istat nel rapporto, spiega ampiamente le differenze tra l'Italia e gli altri maggiori paesi europei in termini di mortalità connessa. Tra il 2005 e il 2020, infatti, mentre in Germania, Francia e Spagna le stime dei decessi prematuri da PM2,5 sono più che dimezzate (passando, rispettivamente, da 81 a 35, da 64 a 25 e da 82 a 38 decessi per 100mila abitanti), i progressi dell'Italia sono stati molto più lenti (da 124 a 88).  —economiawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

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