Libri, le parole come morfina nei “Decadrammi” del giovane Elvio

E’ con il giovanissimo Elvio Carrieri – nato a Bari nel 2004, studente al quarto anno del Liceo scientifico “E. Fermi” – e la sua opera “Decadrammi”, che i “Diamanti della Poesia” di Aletti si arricchiscono di forti emozioni, di amore, di gioia, di morte, di sofferenza e di carezze che leniscono i dolori. «Il titolo – spiega l’autore – deriva da una moneta antica. Capita, spesso, di rifarsi al passato quando non si è orgogliosi del proprio presente e, per quanto questo meccanismo umano sia ciclico, irripetibile e a tratti scontato, il mio orecchio cadde sul suono del dekádrachmos proprio per il suo carattere di eccezionalità originaria. Nasceva quasi dal nulla – aggiunge – e moriva nel nulla alla stregua di una poesia, di un qualsiasi verso. Così come il titolo della monografia, anche i temi si riflettono nell’antico. Non ci si può far nulla, è un’attrazione vertiginosa».

La Prefazione è affidata ad Hafez Haidar, scrittore libanese naturalizzato italiano, candidato a Premio Nobel per la Pace nel 2017, che parla così dell’autore: «Con uno stile personale, maturo e coinvolgente, traboccante di fertile immaginazione, melodia e profondi sentimenti, Elvio svela al lettore ciò che vive nella profondità del suo cuore, ciò che gli procura sofferenza e gli consente di rinascere più forte e consapevole di prima, senza nascondere il suo attaccamento vitale a madre natura, ma anche alle sue radici, alla sua famiglia». La sofferenza è il tema che prevale nei versi di Carrieri. «Questa, però – racconta il giovanissimo autore – non basta a creare opere d’arte. Credo che il modello ideale del poeta sia una figura che cerca di esorcizzare il dolore scrivendo versi. Diviene, comunque, evidente che il primo motore di ogni giovane poeta, me compreso, nella stragrande maggioranza dei casi, è stata un’esperienza dolorosa, ma bisogna stare attenti a non cadere nella trappola che verifica l’equazione sofferenza uguale bellezza. Quando Tasso scrive “un non so che di flebile e soave” al lettore giunge lo strazio della situazione, ma le parole suonano come una dose di morfina. È questo l’obiettivo che ogni poeta dovrebbe riuscire a porsi». 

E’ un rapporto quasi metafisico quello che il poeta vive con la scrittura. Un rapporto che nasce, spesso, in situazioni di disagio, quando sente la necessità di comunicare in un modo alternativo, non si sa bene a chi. «La poesia – racconta Elvio – mi venne incontro in maniera violenta, io la accolsi inerme quasi senza alternative. Leggere e scrivere versi è, a tratti, un lavoro stimolante da mandare avanti col subconscio. Una continua ricerca che si realizza nelle letture, qualcosa che sicuramente non coincide coi dettami di poesia colta e ragionata. Si tratta di un attimo violento al quale si sopperisce in silenzio o non se ne viene più fuori». C’è una buona dose di quotidiano nei suoi versi. C’è il razionale, l’irrazionale, l’inconscio. Ci sono «quelle due o tre cose che muovono il mondo». «Da Omero a Magrelli – conclude l’autore – i temi della poesia sono universali. Insomma, se non cantassero amore, morte, guerra, sesso, dolore e felicità, a che servirebbero mai i poeti?».

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